Il ricordo di Roberto, il mio babbo
In memoria di Roberto, il mio babbo
La vita di Roberto si divide in vari periodi, quella della giovinezza a Massa Marittima e poi a Grosseto, quella a Piombino, quella a Follonica e di nuovo, e definitivamente, a Grosseto. Volendo sommariamente tracciare la persona che è stata babbo parlerei di un uomo intelligente, dotato di varie capacità, un uomo che ha saputo costruirsi la vita da solo, con le proprie energie ed il proprio talento. Fisicamente, quello che lo ha distinto, è stata la sua folta capigliatura precocemente bianca mantenuta in ogni momento in ordine, tanto che anche nelle ultime ore del suo vivere riusciva a passarsi la mano sui capelli per non mostrarsi spettinato.
Roberto nasce il 26 febbraio 1941 a Massa Marittima, in via Moncini 64, anche se, poco dopo la nascita, la famiglia si trasferirà nella quasi adiacente via Curtatone.
Ultimo nato di cinque figli, tre sorelle e un fratello - Liliana (1930 - 2023), Marisa (1936 - 2012), Mario (1937), Marcella (1939 -2016) -
La mamma, mia nonna, si chiamava Ida Pisani (1909 - 1991) ed il babbo, mio nonno, Gagliano (1910 - 1997) .
La famiglia aveva trascorso alcuni anni alla fattoria Perolla, dove appunto nonno conobbe nonna. Gagliano era figlio del falegname di Perolla, Giovanni, detto Giannino ( 1877-1977 ), proveniente da Fucecchio, e di Adele . Ida era figlia di Quintilia e Pietro.
Con la guerra le sorti della fattoria erano cambiate, e i Ciurli si sistemarono in città, dove Ida, già madre di Liliana, mise al mondo Marisa, Mario, Marcella e Roberto, mentre Gagliano provvedeva al sostentamento della famiglia lavorando nel pastificio della frazione di Ghirlanda, dove poteva procurarsi anche la pasta, nei vari formati prodotti. Nonno Gagliano fu principalmente un abile falegname ma sapeva fare tanto altro, come le scarpe per i figli.
Non si può certo trascurare che in quel periodo, niente, intorno, stesse succedendo, visto che nel giugno del 1940 sarebbe cambiata la storia degli italiani già assoggettati alla dittatura. Ida aveva già tre femmine e un maschio, e non poteva sapere che un mese dopo il quinto concepimento, sarebbe iniziata la guerra.
Lei voleva, come tanti a quei tempi, una bella e grande famiglia, e così otto mesi dopo la dichiarazione di guerra, nella sua casa “su per Storgicoda” mise alla luce il quinto figliolo, proprio il 26 febbraio ovvero lo stesso giorno in cui era nato quattro anni prima il figlio Mario.
Gli anni che seguirono, per le famiglie italiane, furono difficili. Per cominciare a rivedere la luce si dovette aspettare il periodo dopo il 1948. Nel frattempo i figli di Ida e Gagliano crescevano e a quei tempi era normale che dopo la scuola elementare ci si sbrigasse a far imparare un mestiere ai figlioli. Dunque, nei primi anni 50 era arrivato quel momento anche per l’ultimo nato, Roberto, che fu mandato a bottega dai rinomati fratelli Fabbri, due abili artigiani che prestavano la loro arte alle decorazioni pittoriche di soffitti e volte delle chiese e dei più ricchi palazzi. Erano ancora i tempi in cui le vernici si facevano con segrete ricette, mettendo insieme polveri e colle. Roberto impara bene quel mestiere ma ad un certo punto si accorge che forse, certi solventi, lo fanno respirare male e allora senza perdersi d’animo trova un’altra strada per lavorare. Dai pennelli passa ai coltelli. A Massa non mancavano le macellerie e fu proprio in una di quelle che impara l’arte del disosso e dei quarti, non prima di essere mandato come garzone a vendere la carne nei poderi intorno a Massa, a bordo di un motorino equipaggiato con una cassetta piena di braciole, ossobuchi, bistecche e tanto lesso.
Nel frattempo - correva l’anno 1957 - tale Giovanni Spagnolini, il sor Giovanni, nato a Costantinopoli, amministratore della fattoria Perolla, trasferitosi a Grosseto, aveva assunto in casa sua, come domestica, una sorella di Ida, Ines (vissuta 101 anni) , la quale a differenza di Ida, non avrebbe mai avuto a che fare con i figli - il suo matrimonio si interuppe dopo dieci anni per la dipartita del marito Rino Pozzati -, semmai con il destino delle persone per le quali si dedicava a pronosticarne il futuro, per doti, si dice, sensoriali occulte, trasmessele dalla nonna materna.
Come dicevo, il 1957 segna un passaggio importante per la famiglia Ciurli. Da Grosseto, il sor Giovanni, mediante Ines, fa sapere a Ida e Gagliano che in città c’è la possibilità di un buon lavoro presso il mulino Orlandini e che se avessero voluto, proprio il sor Giovanni avrebbe speso una buona parola col titolare. Chissà, ancora a Massa Marittima i postumi della guerra non si erano rimarginati e la proposta di abitare a Grosseto aveva sollecitato forse di più Ida, che così facendo, avrebbe anche potuto vivere vicina alla mamma, a una sorella ( Ilia , a Montepescali) e al fratello Gaetano. Fatto sta che in quell’anno, da Massa i Ciurli si trasferiscono a Grosseto , in via Tripoli, quasi al fondo della strada, vicino a via Aquileia. Gagliano dunque si trova a lavorare al mulino e i figli Roberto e Mario ognuno in una macelleria, da Ado Cherubini, Roberto, e da Bernardelli il fratello Mario. Le figlie Liliana, Marisa e Marcella in casa come casalinghe.
Roberto
nel 1957 ha 16 anni e Grosseto gli piace. Evidentemente anche se non
ne ha mai sentito parlare condivide le visioni che pochi anni prima,
della città, ne aveva date un certo Luciano Bianciardi, “città
aperta al vento e ai forestieri”, con le sue nuove strade in
costruzione, i nuovi cantieri, i viali alberati, insomma una città
in crescita adatta ad imbastire la propria giovane vita, più
promettente, forse, che nell’antica Massa. Infatti Roberto resta a
Grosseto quando i genitori, con Mario, Marcella e Marisa, nel
1960, tornano a Massa Marittima.
Gagliano, non dimentichiamoci,
era falegname e a Massa il nome di don Luigi Rossi, suo amico e quasi
coetaneo, era una guida sicura per chi voleva lavorare e ritirar su
tutto. Essere amico di don Luigi Rossi voleva dire appartenere ad una
comunità radicata e impegnata a darsi da fare in special modo ad
aiutare i più sfortunati, gli orfani di guerra. Quando don Luigi
ebbe bisogno di un falegname non potè far altro che interpellare il
fidato Gagliano a supportare la falegnameria. E Gagliano rispose,
tornando nella sua Massa, rimanendoci così per il resto della vita,
a costruire panche per la cattedrale, persiane per il palazzo
vescovile, porte e portoni, e ogni altro manufatto di cui aveva
bisogno la comunità di don Luigi, il Rifugio Sant’Anna.
Proprio lui, comunista e ateo alle dipendenze di un prete. Ma quando
Gagliano se ne andò per sempre sarebbe stato proprio l’amico don
Luigi a celebrargli la toccante messa funebre.
Come si fa a sedici anni, con le canzoni di Celentano, Mina, Rita Pavone, Paul Anka, che si sentono dalle finestre delle case, con l’Eden che offre spensierate serate danzanti, ad andarsene da una città in piena crescita per ritornare in un piccolo paese! Sì, Roberto ci prova per qualche mese a ritornare a Massa ma ormai ha visto la città e il richiamo è più forte. Infatti sceglie Grosseto, ospite, questa volta, della nonna materna Quintilia, insieme alla zia Ines e alla sorella Liliana, in via Fossombroni, di fronte a via Amiata. Oltretutto a Grosseto si vedono ragazze interessanti, tra le quali, una, magra, alta, incontrata durante il lavoro nella macelleria di Ado Cherubini in via Bengasi.
Galeotta sarà la macelleria, visto che anni dopo, questa volta con la loro attività in via Telamonio angolo via Tarquinia, Roberto e Miriam, trascorreranno felicemente ventisei anni di armonioso lavoro. ( Ora, i parenti stretti, capiranno l’ironia che si nasconde nell’avverbio “felicemente” e nell’aggettivo “armonioso”).
Roberto è giovane, compra i dischi, i 45 giri, e gli piace cantare. E a cantare in pubblico ci prova davvero: le cronache di un giornale locale, riportano di una particolare serata, forse era la primavera del 1961, all’insegna della musica in piazza De Maria, una rassegna per dilettanti del canto, dove si distingue per (citazione): “una favorevole impressione lascia tra gli altri, Roberto Ciurli, esibitosi con l’imitazione di Domenico Modugno cantando L’uomo in frack” .
Era passato il 15 febbraio 1961 e i giornali raccontano un evento straordinario, l’eclisse totale di Sole, che Roberto vede affacciandosi dalla porta della macelleria del fratello di Ado Cherubini, dove era stato assunto per un breve periodo in attesa della chiamata al servizio militare, chiamata che arriverà in estate, destinazione Bari e poi Treviso. Il servizio militare, ben documentato da foto, ci fa vedere il fante Ciurli Roberto molto impegnato, sia alle prese con il camion per prendere la patente “c” e, indovina un po’, in cucina alle prese con i coltelli da macellaio. Il 1962 è l’anno del congedo militare e finalmente Roberto può pensare alla sua vita a Grosseto, accanto a Miriam, che però vive al Deposito, sulla castiglionese. Lui, è impegnato con il lavoro di macellaio, visto che Ado lo ha ripreso con sé dopo la naja, ma trova modo e tempo da dedicare alla giovane ragazza, diciottenne con sette fra sorelle e fratelli, figlia di un aretino ( nonno Umberto Marchetti ) venuto in Maremma da molti anni e di una grossetana ( nonna Clorinda Ghizzani). Roberto non sa che sta segnando la sua strada, perché si troverà anche a lavorare come dipendente in quella che tredici anni dopo sarà la sua macelleria in via Telamonio / Tarquinia.
La città si sta ampliando e anche a Grosseto si fanno spazio i primi “supermercati”. Proprio a Barbanella sta aprendo un negozio Coop, e un amico, il Magi, a inizio ‘63 , lo chiama perché anche la Coop ha bisogno di personale. Roberto accetta. Si accorge però che nel suo fisico qualcosa non va, è sì giovane e intraprendente, ma una sospetta tosse lo mette in guardia facendolo ritrovare di lì a poco al sanatorio dove dovrà trascorrere un anno intero affetto da tubercolosi. Il Primo dicembre 1963 Roberto e Miria comunque si sposano. I due innamorati sei mesi dopo avranno a fargli compagnia un bambino di quattro chili e cento, io. È il 24 giugno 1964.
Ma siamo a Grosseto e, arrivato il 1966, è arrivato anche novembre, e piove. Roberto ormai è ben integrato nel lavoro della Coop, ma piove, piove, piove, e se in piazza Istria dove abita con la moglie ed il figlio nulla pare essere accaduto, dalle parti di via dei Mille il panorama cittadino è un po’ meno rassicurante. La Coop ha i magazzini lì in una strada adiacente, e sono sommersi dall’acqua dell’Ombrone. La città incontra uno dei periodi più difficili dai tempi della guerra. C’è da spalare e riparare il disastro. Roberto, Miria ed io, di lì a poco ci ritrovemo a Piombino, praticamente a causa della “piena”. La Coop ha infatti, nel frattempo, aperto il magazzino di distribuzione delle merci a Vignale Riotorto e ai propri dipendenti colpiti dall’alluvione offre la possibilità di andarci a lavoro. La famigliola trascorrerà a Piombino sei anni, durante i quali Roberto lavora nel reparto preparazione e consegna latticini e Miria accudisce me in una piccola casa in Corso Italia 153. Piombino è una particolare città in quel periodo, le acciaierie contano migliaia di lavoratori e sulle lunzuola tese si deposita la caliggine, ovvero piccoli granelli neri che piovono dal cielo emessi dalle ciminiere degli altoforni. Dunque sarà meglio trovare un altro posto dove abitare? Infatti Roberto e Miria decidono di andare ad abitare a Follonica, sempre vicina a Riotorto e comunque più vicina a Grosseto e Massa dove sono i rispettivi familiari, e città adatta per pensare ad avere un secondogenito, che arriva, femmina, il 25 novembre 1975. Ottima scelta. Ma non ultima, visto che trascorsi cinque anni a Follonica per la famiglia di Roberto si ripresenta ancora la possibilità di lavorare in macelleria, ma questa volta come attività in proprio. Il locale è quello dove anni prima Roberto aveva lavorato come ragazzo di bottega e l’occasione è buona. Fa la scelta e rilevando la licenza al commercio definisce orgogliosamente la propria carriera lavorativa tanto che grazie a quell'attività riuscirà a comprarsi la casa. Era nata la “Macelleria al Ponte”.
A Piombino abitavamo in un piccolo appartamento in affitto, riscaldato da una stufa a kerosene. Lo ricordo bene anche da poterne tracciare la pianta. Lì babbo decorò una parete della sala dipingendola interamente a mattoncini rossi. Evidentemente ricordando la tecnica appresa da ragazzo dai fratelli Fabbri. Sulla parete a mattoncini era appeso un orologio a cucù, di quelli che andavano caricati tirando una catenella a cui erano appese le pigne contrappeso. Sulla stessa parete era posizionata la stufa che avrebbe dovuto scaldare tutti gli ambienti, cosa evidentemente impossibile, per quanto la casa fosse piccola ma con il gabinetto in terrazza. Io non avevo una cameretta e dormivo in camera con in miei su una poltrona letto e, per quanto possibile, nel lettone quando babbo faceva il turno di notte. I mobili erano stati portati da Grosseto (l’armadio di camera esiste ancora oggi 2024 usato in garage per conservare alcune cose e libri). Ai tempi di Piombino una parte dell’armadio di camera era destinata a custodire i trenini elettrici che babbo mi comprava con l’ambizione di poterli esibire, come fece in seguito, in un plastico ferroviario. Quei trenini li ho ancora, compresi binari, scambi e linea elettrica. Il trenino ebbe, in casa nostra, una bella storia. Babbo una volta acquistato tutto l’occorrente, ma questo avvenne nel periodo follonichese, prese in affitto un garage e realizzò il plastico di cui fu molto orgoglioso. Ci dedicò molte ore alla realizzazione, costruendo praticamente tutto eccetto i treni ed i binari. Escogitò una buona tecnica per la realizzazione della galleria, imbastendo una struttura di listelli ricoperti con tessuto di balla poi ricoperto con un impasto di segatura e colla. Era davvero piacevole per me e per gli invitati assistere al movimento dei treni comandati da una consolle sulla quale erano fissati trasformatori elettrici e pulsanti per lo spostamento degli scambi dei binari. In quel garage, per fare in modo che potesse starci anche la macchina, babbo realizzò un sistema a carrucole che permetteva di sollevare il plastico fino al soffitto. Quando ci trasferimmo a Grosseto il plastico del trenino fu regalato allo zio Sergio (1934 - 2024) di Massa Marittima. Una trentina di anni dopo durante una visita a casa dello zio entrammo nell’argomento trenino e fu allora che lo rividi, se pur smontato e conservato nelle scatole, con una fortissima emozione. In quell’occasione mi fu restituito ed oggi lo conservo come un bellissimo ricordo di vita.
Era il 1970 quando babbo riuscì a comprarsi l’automobile. Prese una Ami 8 azzurra della Citroen. Con quella Ami 8, più di una volta, durante le ferie, ci andammo al paese originario di nonno Marchetti – noi nipoti lo chiamavamo per cognome - , Montalone, una frazione di Pieve di Santo Stefano in provincia di Arezzo, sulla strada che porta al santuario di La Verna. Su quella molleggiata automobile azzurra eravamo cinque passeggeri perché con noi venivano, appunto, i nonni Umberto e Clorinda. A Montalone andavamo a trovare i parenti di nonno e alloggiavamo nella casa di un suo fratello, lo zio Angiolino. Montalone era anche il paese di nascita del famoso frate francescano Ugolino Vagnuzzi, con in quale nonno Umberto fu amico fraterno, ritrovato anni dopo a Grosseto dove il frate fu parroco della parrocchia di San Francesco. Tanto amici che padre Ugolino e la sua mamma vennero ospitati più volte in casa di nonna Clorinda al Deposito ( oggi Cemivet, già Centro Raccolta Quadrupedi). Lì a Montalone in quelle estati dei primi anni ‘70 veniva in vacanza anche una sorella di nonno, la quale aveva sposato un francese, lo zio Jacques, un omone capace di alzare due balle di patate. Ricordo che qualche volta nonno faceva scrivere a babbo delle lettere da spedire in Francia, a Tolone, alla sorella, tanto che si è sempre ricordato a memoria la località dove abitavano la zia Vittoria e lo zio Jacques: Six Fours Les Plages. In uno di quei giorni di ferie partendo da Montalone ci fu l’occasione di visitare più di una volta il santuario di La Verna, a pochi chilometri, e San Marino. Babbo ha sempre ricordato le belle giornate trascorse in quel paesino di montagna, dove legò molto con il cugino di mamma, Miraldo. Fu proprio in quei frangenti che babbo, già possessore di una macchina fotografica indusse Miraldo alla passione per la fotografia.
I ricordi giungono in disordine e non ce la faccio a ricomporre tutto cronologicamente. Ma questa è solo una memoria, che probabilmente avrà bisogno di future appendici.
I miei hanno comprato per me sempre bei giocattoli e babbo si divertiva, per la Befana, a sorprendermi con trucchetti che mi facessero credere che la Befana esistesse davvero: una volta, spaventandomi, bussando alla portafinestra della terrazza, la sera del 5 gennaio, quando per me lui doveva essere a lavoro. In quell’occasione mamma, reggendo la parte, andò ad aprire il finestrone facendomi la sorpresa di trovare un proiettore di pellicole super 8. Oppure convincendo una signora del palazzo, la signora Aiuti, a travestirsi da Befana, che una volta in casa, con me raggelato dalla paura, mi consegnò il giocattolo desiderato (forse quella volta fu il flipper). Lo stipendio di babbo era quello di operaio ma certo lui non si risparmiava per farmi felice con molti giocattoli, anche oltre le tradizionali feste. Ricordo bene ad esempio il meccano, la macchina a pedali, la pistola ad aria compressa “Oklahoma”, la bicicletta cross “Sbarazzina”, la pianola Bontempi, il motoscafino a motore elettrico navigante in acqua. Una volta, al porticciolo di Piombino, babbo fece fatica a recuperare il motoscafino perché le eliche avevano preso la traiettoria per uscire dal porto. Non ricordo bene ma credo che ci fu l’aiuto di un pescatore in barca.
In estate, a Piombino, andavamo al mare alla spiaggia di Salivoli oppure a Baratti. Se andavamo a Baratti compravamo sempre la granita alla menta, quando le granite erano ancora fatte con grosse scaglie di ghiaccio.
Babbo in gioventù ebbe la passione per la pittura ad olio ma per motivi di lavoro dovette cessare di dipingere. Di sicuro possedeva una spiccata sensibilità ai colori, dei quali riusciva a intuire i componenti primari. A riprova della sua passione pittorica esistono ancora alcuni suoi quadri, conservati nelle case di parenti. A me è rimasto il mio ritratto fatto quando avevo sei anni.
Come ho scritto, nel 1977, babbo rilevò una macelleria. Si iscrisse al corso per l’abilitazione al commercio rec e da Follonica partiva per andare alla camera di commercio a frequentare le lezioni e a sostenere l’esame che gli permise di ottenere la licenza. Gli anni della macelleria sono stati quelli in cui la famiglia si strutturò definitivamente. Per il primo periodo di attività continuammo ad abitare a Follonica e babbo ogni giorno faceva avanti e indietro. Era comunque avvezzo a viaggiare poiché anche quando fu dipendente della Coop aveva come mansione quella di consegnare merci con un furgone, recandosi nelle località della provincia di Livorno dove La Proletaria aveva i negozi, compresa l’isola d’Elba: a tal proposito è sempre stata nei suoi ricordi una particolare traversata a bordo della motonave Calimero in un giorno con mare forza 7 quando oltre all’equipaggio, sulla nave, c’era solo lui ed una donna incinta con le doglie ed il marito, partiti da Portoferraio per Piombino.
Anche quando nacque Emily, il 25 novembre 1975, abitavamo ancora a Follonica e ricordo la telefonata dell’ospedale che avvisava appunto noi due in casa che al nuovissimo ospedale della Misericordia era nata mia sorella. Non posso dimenticare l’apparecchio telefonico che avevamo in casa, un modello in netto stile anni 70 di colore verde comprato a Grosseto nel negozio “ ? “ (Punto Interrogativo) di via Ximenes. Il telefono lo avevamo da poco e quella telefonata giunse nel momento in cui stavo mettendo in ordine le bottigliette mignon di liquore che custodivamo nello stesso mobile da ingresso su cui era appoggiato il telefono. Babbo ed io partimmo immediatamente da Follonica presi da grande emozione e felicità.
Anche a Follonica non avevo una mia cameretta ma questa volta dormivo nel soggiorno, in un letto apribile che mamma ogni sera apriva e preparava.
Babbo e mamma sono sempre stati estimatori dello stile moderno e quando poterono, per la casa di Follonica, comprarono un arredamento al passo con i tempi liberandosi del vecchio soggiorno portato da Piombino. La cucina, della Scic, in laminato azzurro (a quei tempi il laminato veniva chiamato fòrmica) ed un soggiorno di legno palissandro verde quasi nero che ancora arreda egregiamente la casa di Grosseto ( acquistato presso il negozio Valacchi di Roccastrada). La scrivania per i miei compiti, era posizionata nel lungo corridoio della casa - in via Dante 3 - e sopra vi tenevo la macchina per scrivere, una Olympia arancione made in Yugoslavia. Babbo e mamma, trasferitisi da Piombino, avevano trovato, in affitto, da un conoscente, quell’abitazione, caratterizzata da una grandissima terrazza che fu per me il luogo dei giochi, come ad esempio il circuito , maggiorato nella lunghezza da babbo, della pista per macchinine elettriche. Babbo attrezzò la terrazza con un corrimano metallico per dare più sicurezza nell’affaccio, affaccio non male perché da lassù potevamo anche vedere un tratto di mare, incorniciato, in parte, dai palazzi delle Tre Palme. Posso dire che nonostante il lavoro alla Coop, impegnativo, babbo mi fece trascorrere un bellissimo periodo a Follonica, ad esempio andando insieme alla pista dei Pini a vedere le accesissime partite di hockey. Eravamo diventati tutti e due molto tifosi del Follonica, tanto che quando ci trasferimmo a Grosseto nel 76, non riuscivo a tifare per la mia nuova città che onestamente non ha mai raggiunto tifo e risultati che aveva Follonica.
Era nata da poco Emily e ad Aprile del 76 babbo mi portò a Londra con un viaggio charter organizzato dalla Coop. Quello fu per ambedue un grande momento. Ricordo moltissime cose di quel viaggio nonostante siano passati quasi cinquant’anni. La nostra preparazione pratica ed emotiva fu impegnativa, dall’abbigliamento, che per mamma è sempre stato fondamentale, al fatto di salire per la prima volta ambedue su un aereo, al cambio della moneta da lire a sterline, al fatto di dover andare in una città famosissima comprese le escursioni ad Oxford e a Stratford on Avon. Fu nella camera dell’hotel Gloucester che vedemmo per la prima volta la televisione a colori, e nella sala da pranzo dello stesso hotel che degustammo il tipico passato di rognone. Babbo possedeva una bella macchina fotografica, una Petri a telemetro, che usò per portare a casa i ricordi di Londra. La macchina fotografica la acquistò a Follonica e negli anni ha scattato molte foto che ancora conserviamo. La mia stessa passione per la fotografia me l’ha trasmessa lui, compresa l’attenzione che serve per le inquadrature.
Nel ‘77 ci trasferimmo a Grosseto. Oramai la macelleria era avviata e non era più possibile abitare a Follonica. Chissà, se per fortuna, o per la sua capacità commerciale e artigianale, babbo fece risorgere quella macelleria, per la quale non mancò di attrezzarla con una nuova cella frigorifera di materiali idonei alle norme igieniche, e di una guidovia ovvero di una monorotaia aerea per trasferire i cosci e le mezzene dalla porta di ingresso all’interno della cella frigo pesando la merce su una speciale bilancia. Evidentemente riuscì in tutto, incontrando certamente ingenti spese che comunque seppe ben affrontare.
Qui devo soffermarmi. Per che cosa? Per rendere un vero elogio alla grande maestria e capacità di Roberto. Chi lo ha conosciuto non potrà che confermare la grande dote per il suo mestiere, la conoscenza approfondita delle carni, i tagli, la tecnica per la lavorazione, per il dinamismo che dette alla sua attività, producendo insaccati come le salsicce, il buristo, la soppressata, o cuocendo trippa che confezionava in stampi per poterla vendere a fette pronte alla cottura, e per la fiducia che riceveva dai clienti. Babbo curava meticolosamente lo spazio di vendita, orgoglioso della sua esposizione, dal pollame ai conigli, dal suino al bovino agli ovini e a tutte quelle cose che oggi magari facciamo fatica a trovare nei supermercati. Non mancava di rendere lussureggiante il banco nel periodo natalizio e pasquale con cotechini, zamponi, salsicce di cinghiale, ammazzafegati, agnelli, faraone. La maggior parte della sua clientala era formata da persone esigenti e fortunatamente agiate e riconoscenti del servizio professionale che babbo sapeva garantire. Igiene e serietà erano i suoi principi, supportati dalla indispensabile e infaticabile moglie, la mia mamma, che in quanto a igiene penso che potrebbe ricevere un premio Nobel. Il loro lavoro in macelleria è stato molto impegnativo, sia per la indispensabile tecnica che richiede quel mestiere sia per le ore nella pre e nella post vendita. Per questo motivo, la sera era consuetudine cenare dopo le ore 23. Per anni. Venticinque anni così.
Non tutti gli anni babbo decideva di fare qualche giorno di ferie. Era sempre preoccupato nel calcolo dei giorni più opportuni da dedicare al breve riposo ma più che altro per il fatto che in una macelleria è oggettivamente complicato riuscire a chiudere senza avere rimanenze in cella frigo, compreso il fatto che il rientro dalla vacanza doveva essere anticipato per rifornire la stessa cella frigorifera. Però, evidentemente, riusciva a far tornare le cose, visto che, bene o male fummo in grado di fare dei bei viaggetti in Italia, in automobile, quella nuova, una Alfasud grigia. Pochi giorni, cinque, sei, a Venezia e in Friuli, in Valle d’Aosta, a Pompei e Gargano, sul lago di Garda, a Chianciano.
La vita di babbo e mamma, è stata legata, innegabilmente, anche al ristorante della sorella di mamma, prima nel periodo antecedente all’apertura della macelleria, e poi nel periodo del ritiro dal lavoro di babbo. D’altra parte, il primo periodo a Macchiascandona, coinvolge anche me, visto che da Follonica ogni domenica partivamo per andare al ristorante di zia Milena, dove mamma e babbo aiutavano nel lavoro ed io trascorrevo le giornate a giocare e a “ fare malestri” come diceva lo zio Giacomo marito di Milena quando con i cugini ci abbandonavamo in imprese pericolose. Decine di domeniche e vivi ricordi di quel periodo, in cui mamma si dedicava all’aiuto in cucina e nelle camere e babbo in sala. Sì perché babbo sapeva anche fare il cameriere durante i frequenti pranzi di matrimonio. Dopo il ritiro definitivo dal lavoro, babbo ha continuato ad andare ad aiutare la zia questa volta nelle mansioni più legate al trattamento e conservazione delle carni.
Per la precisione, dopo il ritiro dal lavoro , nel 2001, quando cessò l’attività in proprio non smise di lavorare. Stette fermo un breve periodo ma di lì a poco fu contattato da un supermercato in cerca di un macellaio e fu così che ricominciò a lavorare al banco ma evidentemente con un altro impegno, se pur costante.
Nel 1985, quindi dopo circa nove anni dall’apertura della macelleria, babbo fece un gran bel passo, quello dell’acquisto della casa, accollandosi un mutuo che riuscì ad onorare nei tempi stabiliti. Quella casa dove ha poi vissuto per il resto della sua vita, in via Sauro 19. Dal 1977 al 1985 infatti abbiamo abitato in due case, in affitto, prima in via Porto Loretano e poi in via Garigliano. Abitavamo in via Porto Loretano quando, compiuti i sedici anni babbo mi comprò la Vespa, 200 cc di cilindrata ovvero la più potente rispetto alle più vendute 125 cc. Come del resto appena compiuti i 14 anni Emily ebbe il suo Sì Piaggio, che esiste ancora, nel mio garage. Evidentemente ci teneva che noi potessimo goderci al meglio possibile la giovinezza. La Vespa, con rammarico, l’ho ceduta ad un collezionista. Mi sono pentito di averla data via perché oggi l’avrei potuta restaurare e viaggiarci ancora e magari avrei potuto portarci babbo a fare qualche giretto.
La sua, di giovinezza, come per tanti di quella generazione, fu certamente diversa dalla mia e quella di mia sorella. Fu una giovinezza dura, di sacrificio, ma gli servì a diventare un vero uomo che non ha mai chiesto niente a nessuno, capace di fare e capace di superare anche momenti difficili a causa della salute, ad esempio andando in macelleria con le coliche renali di cui soffrì. Ma Roberto è stato anche un uomo allegro e dinamico. Ad esempio era in grado di tenere in equilibrio sul naso, o sulla bazza, praticamente qualsiasi cosa, una seggiola, un ombrello, una carretta, un mestolino, non mancando di fare scenette acrobatiche sulla spiaggia davanti ai parenti. Negli ultimi dieci anni circa si era fatto prendere dalla passione del canto popolare folkloristico, e con entusiasmo, non perdeva occasione di portare allegria col suo amato gruppo canoro San Rocco di Marina di Grosseto, andando nei paesi a cantare il Maggio, ad intrattenere grandi e piccini nella sera della Befana o nelle case di riposo per momenti di spensieratezza degli anziani ospiti. Ancora, negli ultimi anni di vita si è dedicato al volontariato portando la sua professione presso la Caritas per la preparazione delle carni e delle pietanze. Roberto ha vissuto 83 anni e due mesi. Si è spento alle 21,35 del 27 aprile 2024 nel letto dell’hospice dell’ospedale Misericordia di Grosseto, ascoltando la musica del suo coro.
Grazie
Commenti
Posta un commento